Rischi e patologie nel lavoro di insegnante

I professori hanno ormai “tutti” contro di loro: alunni, genitori, l’opinione pubblica e anche lo Stato.

La contrapposizione alunni/insegnanti è sempre esistita, è insita proprio nel rapporto che si crea tra docente e alunno, mentre da qualche anno è comparso e si acuisce sempre di più il contrasto tra genitori e insegnanti. Molti genitori non fanno altro che difendere i propri figli: gli insegnanti devono capire che i ragazzi hanno i loro problemi, hanno poco tempo per studiare perché non esiste solo la scuola ma anche la vita sociale e tante altre attività, sono gli insegnanti che pretendono troppo e assegnano troppi compiti, sono gli insegnanti che quando spiegano non si fanno capire e non i loro figli a non prestare attenzione pensando solo a chiacchierare col compagno di banco o a guardare i messaggini che arrivano sul telefonino tenuto ben nascosto sotto il banco o nel taschino dei pantaloni, sono gli insegnanti che marinano la scuola fingendosi ammalati (luogo  comune rafforzato negli ultimi tempi anche da coloro che ci governano) e non i loro figli che frequentano la scuola a giorni alterni o si organizzano per feste in massa. A ciò si aggiunge lo Stato, come già accennato prima, che rafforza nell’opinione pubblica un’idea dell’insegnante quale “fannullone” e scarsamente preparato (soprattutto se del sud); non ci si chiede però se per alcuni l’assenteismo sia dovuto a scarsa motivazione o all’insoddisfazione derivante dal proprio lavoro, non ci si chiede se questa scarsa preparazione sia dovuta forse alla quasi inesistenza di corsi di formazione, soprattutto per quanto riguarda i contenuti da trasmettere che, con la velocità con cui viaggia il mondo, forse non sono più gli stessi di quando ci si è laureati o di quando si è vinto il concorso. Anche l’opinione pubblica ha scarsa considerazione dell’insegnante: l’insegnante fa poche ore di lavoro e fa lunghe vacanze per cui è giusto che riceva una bassa retribuzione. Quando l’insegnante evidenzia le proprie difficoltà di fronte alla mancanza di disciplina degli studenti e alle loro obiettive carenze pregresse,  oppure si lamenta delle continue assenze dei propri alunni che non gli permettono di portare avanti il programma si sente dire che non sa mantenere la classe oppure che non sa trovare le strategie e i metodi per sopperire a tali carenze oppure che non riesce a coinvolgere i propri studenti e ad interessarli alla lezione. La cosa peggiore è che in alcuni casi sono gli stessi colleghi a calcare la mano: “Questo con me non succede”, “Io invece col programma mi trovo abbastanza bene”. In certi momenti si sente “solo con se stesso”, abbandonato anche dalla sua stessa categoria.

Da ciò ne viene fuori un quadro che vede l’insegnante isolato, emarginato da tutti, forse dall’intera società. Esiste una sola scappatoia per appianare tutti i contrasti ed essere reintegrato nella società: dare la promozione a tutti, semmai con qualche buon voto. In questo modo sono tutti contenti: i ragazzi naturalmente, i genitori che vogliono solo la promozione per i loro figli, soprattutto per la loro immagine sociale, poi se non hanno imparato nulla… poco importa, il dirigente scolastico che può presentare agli organi superiori una situazione scolastica soddisfacente, tanto a tali organi interessano solo gli aspetti quantitativi senza preoccuparsi degli standard qualitativi effettivamente raggiunti. A questo stato di cose si aggiunge il fatto che negli ultimi anni sono stati emanati dei regolamenti per le composizioni delle classi che determinano una situazione alquanto unica e paradossale; l’insegnante forse è l’unica categoria di lavoratori che se lavora in modo onesto e coscienzioso rischia di perdere  o di far perdere ad un proprio collega il posto di lavoro, diventa cioè “soprannumerario”. Questo è dovuto al fatto che le classi intermedie non possono essere inferiori ad un dato numero di alunni, quindi le non ammissioni alla classe successiva comportano una riduzione di tale numero con conseguente accorpamento delle classi o con la creazione di classi articolate determinando, in chi dovrebbe giudicare con coscienza e con serenità, uno stato di disagio psichico e di frustrazione. L’insegnante in quei momenti si sente rinchiuso in una gabbia senza alcuna via d’uscita. Infatti in qualsiasi modo egli si comporti, sbaglia sempre, andando contro la propria coscienza ed i propri valori oppure contro quel bisogno naturale ed istintivo che è alla base della vita, ossia il “bisogno di sopravvivenza” che, nel nostro caso, si traduce nel cercare di mantenere in vita quel posto di lavoro. Nonostante tutto ciò la maggior parte degli insegnanti non ci sta, ci tiene al proprio lavoro, guarda ancora alla qualità e non tanto alla quantità, per cui in loro è in atto una continua battaglia tra i propri principi morali e quelli voluti e predominanti nella società odierna.

Questo sentirsi isolato e abbandonato e questa continua lotta interiore possono portare ad elevati rischi di stress e burnout, precursori delle patologie psichiche delle quali sono affetti molti insegnanti ed ex insegnanti.

Non a caso un importantissimo e qualificato studio sulla sindrome del  burnout nel lavoro di insegnante è stato denominato “Getsemani”, volendo così ricordare “L’orto degli ulivi dove un Maestro si ritrovò da solo in preda a tristezza e angoscia, con i suoi discepoli disorientati e stanchi, dove la comunità gli era diventata ostile, dove le istituzioni gli si erano rivoltate contro”. A tale studio poi ne è seguito un altro, chiamato “Golgota”, che fa un passo avanti e va ad esaminare le patologie psichiatriche riconosciute, come i disturbi dell’umore (depressione, ansia) ed altri ancora.

I risultati dello studio “Golgota” ( parte dall’analisi degli accertamenti sanitari per l’inabilità al lavoro, svolta dai Collegi Medici della ASL Città di Milano nel periodo che va dal primo gennaio 1992 al 31 dicembre 2001) ci dicono che gli insegnanti costituiscono il 18% degli iscritti all’INPDAP ma rappresentano il 36,6% delle richieste di inabilità. La patologia psichiatrica risulta essere quella prevalente fra le domande di inabilità e tale prevalenza risulta essere significativamente superiore tra gli insegnanti rispetto agli altri impiegati statali come pure la prevalenza di disturbi alle vie aeree superiori.

La maggior parte (oltre il 75%) delle richieste per cause psichiatriche da parte degli insegnanti è stata riconosciuta come condizione di “inabilità relativa alle mansioni esercitate”. Per contro, tra le richieste per patologie psichiatriche delle altre categorie di lavoratori, solo il 36% ha avuto il riconoscimento della “inabilità relativa alle mansioni esercitate”. Dai dati emerge che gli insegnanti presentano un rischio di patologia psichiatrica doppio rispetto a quello presente nel complesso dei dipendenti pubblici e che la metà delle patologie psichiatriche, accertate come causa di inabilità al lavoro, sono correlate all’attività di insegnante.

Le patologie, soprattutto quelle psichiche, che riguardano il lavoro di insegnante richiedono ulteriori approfondimenti che però non devono servire a giustificare un atteggiamento di immobilismo collettivo. Le comunità nazionale ed internazionale sono chiamate urgentemente ad adottare interventi per contrastarne crescita e diffusione, senza dover attendere l’ennesimo eclatante episodio di cronaca nera prima di attivarsi. Occorrono riflessioni che prospettino soluzioni operative articolate riguardanti i diversi aspetti di un problema composito.

Legislatore, parti sociali, comunità medico-scientifica, associazioni di categoria, associazioni studentesche e familiari hanno il dovere di apportare il loro contributo e aprire un dibattito spinoso, ma indispensabile, riconoscendo che un ulteriore ritardo non avrebbe giustificazioni ma solo conseguenze nefaste in termini di salute, economia e cultura.

Author: CIRO

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